Figli adolescenti? Il pedagogista DANIELE NOVARA avverte: genitori, basta parlare, occorrono regole!

Kid Friendly ha intervistato Daniele Novara, pedagogista e direttore del Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, sul tema dell’adolescenza.

A cura di Redazione 07 gennaio 2016

Ne è scaturita una lunga, emozionante ed interessantissima intervista, quasi un vademecum per genitori con figli adolescenti.


I genitori di oggi si lamentano della difficoltà di comunicazione con i propri figli adolescenti. Perché improvvisamente si crea una sorta di muro invalicabile ed un aumento del conflitto verbale?

Questa generazione è decisamente più sensibile delle generazioni precedenti rispetto al dialogo con i figli: i genitori  genealogicamente alle nostre spalle non avevano questa preoccupazione. Per loro non era così necessario parlare, dialogare e comunicare con i figli, ma era importante che i figli facessero le cose giuste.
Oggi, viceversa, va bene se i figli parlano con i genitori anche se non fanno più le cose giuste: i risultati scolastici sono scarsi, iniziano a lavorare a 25 anni, la notte è un territorio di totale convivenza dei figli senza nessuna remora, eccetera, eccetera. È come se i genitori di oggi avessero sdoganato completamente la possibilità per gli adolescenti di fare gli adolescenti senza alcun limite e questo ovviamente crea tantissimi conflitti; perché nel momento in cui il ragazzo, anziché alle tre di notte torna a casa alle sei del mattino, è un problema; se invece di essere promosso è bocciato, è un problema; se invece di spendere 10€ alla settimana ne spende 50€, è un problema.
Quest’idea dei genitori di oggi che con gli adolescenti bisogna solo parlare, piuttosto che negoziare regole chiare, è un’idea assolutamente discutibile e, se si vuole, anche pericolosa; perché l’adolescenza è un’età difficile, la corteccia prefrontale è assolutamente immatura, acerba; quindi i ragazzi e le ragazze hanno un estremo bisogno che i genitori li aiutino ad avere una cabina di regia più efficace delle loro pure e semplici emozioni.
Quindi, quando abbiamo questa strana generazione di genitori, che preferisce parlare con i figli invece che educarli, ovviamente la cosa non funziona assolutamente e si creano tantissimi conflitti che poi i genitori stessi non sanno come gestire, perché, l’adolescente nel conflitto è come un pesce nell’acqua, ma il genitore no.

Quali sono quindi le migliori strategie di comunicazione per creare un piccolo, ma sufficiente varco nel muro per trasformare l’aggressività in  dialogo costruttivo?

Le strategie di comunicazione sono quelle di parlare poco, cioè di evitare gli eccessi verbali, il discussionismo, lo spiegazionismo, le esortazioni, i discorsi, le prediche, tutte queste forme che chiamano impropriamente dialogo e che in realtà sono solo delle componenti di controllo verbale che generano unicamente riluttanza, ulteriore allontanamento e, in tante occasioni, aggressività verbale. Soltanto il 23% degli adolescenti italiani di 17 anni non insulta mai i genitori, vuol dire che tutto questo parlare con i figli non serve assolutamente a nulla dal punto di vista educativo, come, viceversa, creare delle situazioni in cui ci siano regole sufficientemente chiare, in cui ci sia una distanza anche emotiva.
In altre parole, l’adolescente vuole allontanarsi dai genitori, non ha senso volerlo tenere appiccicato con le parole e con ricatti affettivi di varia natura, bisogna creare una distanza chiara. A fronte del proverbio “questa casa non è un albergo” io dico ai genitori che seguono le mie indicazioni, va benissimo che l’adolescente trasformi la casa infantile in un albergo; allo stesso tempo, bisogna che i genitori predispongano una buona reception, perché altrimenti l’albergo non funziona.
È ottimo che l’adolescente voglia allontanarsi, è nella natura evolutiva della sua età, ma i genitori, specialmente il padre (su cui tornerò in seguito) devono gestire questo allontanamento rendendosi conto che il ragazzo non è più un bambino. Tanti genitori a tredici anni continuano a chiamare i loro figli “amore”; l’idea di chiamare ancora amore, cioè con un termine fidanzatesco i figli è assurda perché a tredici, quattordici anni i ragazzi devono cercare un loro inizio di relazioni sentimentali con l’altro sesso, non restare abbarbicati a simbiosi, in genere materne, che li tengono avvinghiati all’infanzia.

È vero che in questo periodo i ruoli della madre e del padre sono differenti e che in particolare il ruolo del padre, se correttamente assunto, svolge una funzione fondamentale nella prevenzione e risoluzione dei conflitti?

Si, i conflitti sono inevitabili, quindi prevenire è molto difficile. Il padre però ha una funzione prevalente nella gestione dalle relazione educativa con i figli durante l’adolescenza, in quanto l’infanzia è l’età della mamma o comunque del materno mentre l’adolescenza è l’età del padre o comunque del paterno.
Dico paterno perché spesso il padre non c’è proprio, o ci sono state separazioni molto pesanti oppure il padre se ne è andato e un adolescente su 5 non ha la disponibilità del padre, per lo meno del padre biologico; pertanto, la figura del padre in adolescenza consente una negoziazione sulle regole e quindi una negoziazione sui conflitti.
Nel mio libro “Urlare non serve a nulla” introduco l’idea nell’adolescenza della convergenza educativa sul padre che consiste in queste due mosse: la prima è che la mamma in adolescenza smette di fare la mamma; mentre la seconda prevede che il padre assuma il principale ruolo educativo con i figli e gestisca i confini regolativi della loro relazione gestendo i soldi, gli orari, gli impegni. Questo l’ho sperimentato nelle consulenze ottenendo dei risultati estremamente significativi anche in situazioni gravi come, per esempio, nel caso di stati di anoressia o disagi emotivi estremamente seri. Il recupero del ruolo del padre ha una grandissima potenzialità terapeutica.

Quanto è importante per un adolescente la presenza nella sua vita di un adulto ben consapevole del suo ruolo formativo?

Tantissimo. Questo è quello che manca oggi ai ragazzi. Ci sono degli adulti che vogliono essere amici e questa per i ragazzi è una tragedia perché l’adulto che vuole essere amico è un adulto inutile, irrilevante, che crea un vuoto nella vita dei ragazzi perché essi non hanno bisogno di un amico, gli amici se li trovano da soli.
I giovani hanno bisogno di adulti che assumano il loro ruolo educativo, che sappiano fare argine a un periodo della vita estremamente turbolento. Fare argine significa mettere dei limiti, dei confini, delle regole. Ma l’argine è anche il luogo da cui si prende il largo, ci si butta, si affronta la vita. È il tema enorme, importantissimo del coraggio, perché  i nostri ragazzi hanno un estremo bisogno di adulti non pacioni e paccioccosi, ma di adulti che diano loro la speranza di poter affrontare la vita e gli inevitabili conflitti, con determinazione e reattività.

Quale deve essere il ruolo della scuola per evitare l’insorgere di situazioni di crisi e di conflitto tra i propri adolescenti?

Lo ribadisco: i conflitti sono inevitabili, quindi voler evitare che i conflitti insorgano è grottesco. La scuola deve aiutare i ragazzi, ovviamente, nell’impegno dell’apprendimento perché è un età eccezionale da questo punto di vista. Fino a 20-25 anni le capacità di apprendimento sono enormi poi declinano.
Una scuola solo nozionistica, ripetitiva, basata su metodi ottocenteschi, tipo lezione-studio-interrogazione, è ovvio che sia destinata a essere un’istituzione inutile in un mondo complesso ed impegnativo come il nostro, dove sono richieste competenze sempre più complicate sia sul piano relazionale che su quello tecnico. Se, invece, è una scuola che rinnova i suoi metodi e quindi sfrutta tutto quello che conosciamo sul piano dell’apprendimento, per esempio la dimensione di condivisione delle conoscenze e del sapere, la dimensione della socialità, del gruppo, del mutuo insegnamento, come si diceva una volta in pedagogia, ecco che i ragazzi attivano le loro motivazioni, non vanno più a scuola in uno stato catatonico, ma con il desiderio di imparare qualcosa che serva a loro per la vita e anche per il lavoro. Occorre che la cosiddetta Buona Scuola sappia offrire un capitolo nuovo, specialmente la scuola superiore che è rimasta all’ottocento, con metodi assolutamente arcaici che mortificano gli studenti.
Abbiamo un calo delle iscrizioni alla università e del numero di laureati in Italia, in totale controtendenza rispetto ai dato OCSE, il che dovrebbe far riflettere i politici, perché così facendo sottraiamo ai giovani la speranza di realizzarsi nella vita, di fare qualcosa di utile per se stessi e per la società.
Occorre che non si blateri di buona scuola me che si introducano delle  metodiche nuove, prima di tutto partendo dalla formazione degli insegnanti, abbandonati a loro stessi da 15-20 anni senza alcuna forma di  aggiornamento, e quindi sempre più tradizionalisti e conservatori e incapaci di affrontare i ragazzi di oggi.

Quali sono i comportamenti degli adolescenti da tollerare perché legati al periodo e quali invece da contrastare per evitare comportamenti antisociali, in alcuni casi addirittura criminali?

Noi sappiamo che, dal punto di vista delle neuro scienze, l’adolescenza è un età difficile e che il senso del pericolo è basso, è il più basso di tutto il ciclo dell’ età della vita. Lasciandoli totalmente a loro stessi, quindi, i ragazzi diventano autolesivi. È stato dimostrato da una piccola ricerca americana che, anche solo la presenza di un adulto in zona, riduce significativamente i comportamenti pericolosi e autolesivi. Il ragazzo lasciato completamente in balia di se stesso agisce con le destabilizzazioni mentali tipiche del periodo; non c’è l’adolescente buono e l’adolescente cattivo, è l’età che, necessariamente, favorisce certi comportamenti.  Occorre quindi fare molta, molta attenzione da questo punto di vista: stiamo parlando degli incidenti, delle sostanze, degli atteggiamenti sessuali eccessivamente precoci, dell’uso improprio delle tecnologie, e di tutte quelle che sono aree di pericolo per la vita dell’adolescente.
In adolescenza c’è il 300% di possibilità in più di morire rispetto all’infanzia, quindi si può facilmente capire che il ruolo dell’adulto non è un ruolo di controllo ma di arginamento, di regia, di supporto, specialmente quello del padre. In studio, le madri che devono gestire gli adolescenti da sole, senza il padre, le vedo in terribile  difficoltà, anzi, direi che è una mission impossible.

Gli adolescenti sembrano nella maggior parte dei casi pigri, iper connessi e arroganti. Quali sono gli errori di valutazione che i genitori più spesso commettono nei confronti dei propri figli?

L'errore di valutazione è quello di pensare che ci sia l'adolescente buono e quello cattivo, gli adolescenti sono tutti così.
L'adolescente è indolente, ha un senso del tempo completamente diverso da quello dell'adulto, ha un senso di onnipotenza, anche il suo ritmo circadiano è diverso per cui fa meno fatica dell'adulto a stare sveglio di notte.
Pensa, nella sua onnipotenza, di poter essere multitasking, quindi mentre studia tiene acceso un video, uno smartphone, un computer, la musica con un senso della realtà non così adeguato com'è, in generale, quello del cervello adulto. Normalmente il cervello adulto è in grado di rapportarsi alla realtà con obbiettivi pertinenti. L'adolescente, invece, fa proprio fatica: quando il ragazzo dice alla mamma " tranquilla, ho già studiato per domani, non devo più fare nulla" e la mamma sa che non è vero, non è che il ragazzo stia raccontando una bugia, ma lui suppone veramente di essere preparato (perché quello è come dire il suo stato anche celebrale, mentale). Non è semplice per un ragazzo di quell'età organizzarsi completamente da solo, serve che l'adulto agisca in maniera adeguata, senza diventare ossessivo e soffocante, che sia una forma di sostegno, di supporto.
Non si possono lasciare da soli i ragazzi,  bisogna affidare loro lo spazio della crescita ma mantenere la presenza educativa, l'adolescenza è lunga, quindi per i genitori c'è molto da fare.

Quando la legittima preoccupazione sfocia in iperprotezione dannosa?

Anzitutto questo avviene in preadolescenza, quella fase tra gli 11 e i 13 anni, non viene colta come una parte di adolescenza ma viene colta come una parte residua dell'infanzia; non è vero nella preadolescenza i ragazzi sono fuori dall'infanzia quindi è dannoso soffocarli. Ho seguito diverse situazioni in cui i figli a 12 anni erano ancora nel lettone con i genitori, oppure il genitore babysitter, la mamma segretaria; tutte queste situazioni che impediscono la crescita autonoma dei figli, impediscono il loro allontanamento. Ci sono casi di genitori che appena si separano sostituiscono la moglie o il marito con i figli nel lettone: queste sono situazioni morbose, molto devastanti per i figli che creano dei vuoti emotivi assolutamente da evitare.

Quale è l'atteggiamento corretto dei genitori per tutelare i propri figli dalle invasioni tecnologiche a cui stiamo assistendo negli ultimi anni?

Basterebbe che i figli seguissero le indicazioni che danno le stesse ditte che hanno prodotto le tecnologie.
Prendiamo il caso di Whatsapp: è il più grottesco in assoluto, perché ha creato un regolamento di autotutela in cui dice senza mezzi termini che l'utilizzo di questa applicazione è legittimo a partire dai 16 anni e che sotto tale età non bisogna usarlo perché, come è noto, è pericoloso, nel senso che ha una velocità di utilizzo che crea indubbiamente dei problemi. Ci sono i gruppi, si possono mandare filmati, documenti visivi, audio registrazioni a una velocità esorbitante a vari gruppi e quindi è pericoloso per i ragazzi giovani.
Per cui basterebbe che i genitori evitassero di regalare smartphone entro i primi 15 anni di vita dei loro figli, perché un giovane di quell'età non è in grado di gestire una complessità tecnologica come quella di uno smartphone. Allo stesso tempo il genitore non è in grado di controllare.
Un altro esempio è ovviamente quello del sonno: molti ragazzi dormono in camere circondati da led di display, da ogni sorta di tecnologia, ricevono addirittura dei messaggi in piena notte. Un'indicazione che posso dare ai genitori è quella di non consentire ai figli adolescenti e preadolescenti di dormire in un contesto di invasione tecnologica perché questo compromette, interferisce sul sonno. Sappiamo quanti danni si creino ai ragazzi quando non possono dormire adeguatamente. Non dobbiamo per forza fare regali tecnologici perché i figli possano essere alla moda; meglio un bel libro cartaceo, perché sappiamo, dal punto di vista neurologico, che la lettura sul cartaceo è decisamente meglio della lettura su un video schermo.

Ecco la lettera che il dott. Novara ha scritto per i ragazzi che avranno 15 anni nel 2016. Buona lettura!

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