Bambini che litigano? Mai imporre di chiedere scusa...

Dopo il successo incredibile dell'intervista sul tema dell'adolescenza Kid Friendly ha intervistato nuovamente DANIELE NOVARA pedagogista e direttore del CPP sul tema dei litigi tra i bambini.

A cura di Redazione 09 marzo 2016

Dopo l'intervista sul tema dell'adolescenza che ha avuto un incredibile riscontro con quasi 500.000 persone raggiunte, oltre 30.000 visualizzazioni, 2100 condivisioni e 7000 like su facebook Kid Friendly ha nuovamente intervistato DANIELE NOVARA pedagogista e direttore del CPP sul tema altrettanto interessante dei litigi tra bambini. Il dott. Novara ha di nuovo fornito principi guida utilissimi sia per i genitori che per gli educatori per la gestione dei litigi dei bambini ed ha illustrato il metodo da lui elaborato LITIGARE BENE, che sta riscontrando enorme successo sia in Italia che all'estero.

Perché è così importante insegnare ai bambini a litigare tra loro nel modo corretto?


Per i bambini il litigio è un fattore protettivo: in quanto le persone che non sanno litigare sono a rischio sia verso sé stesse che verso gli altri. Attraverso una ricerca conclusa recentemente e presentata a novembre, che si trova sul numero attuale di “Mente e cervello” in edicola e sui nostri siti, abbiamo scoperto che si crea nel corso della vita la cosiddetta “carenza conflittuale”, un termine da noi coniato per indicare una difficoltà sostanziale a reggere le contrarietà sia al proprio interno che, specialmente, nei confronti degli altri. Senza entrare nel merito della definizione di questo nuovo costrutto, la cosa certa è che risulta estremamente importante, benefico e necessario che i bambini possano vivere in maniera normale e positiva i loro litigi, poiché questo li proteggerà per tutta la vita, dandogli una specifica capacità di accettare le complicazioni relazionali.
Per semplificare, nel momento in cui si è grandi e ci si costruisce una vita in due, è buona cosa mettersi in coppia con persone che da piccole hanno potuto litigare e hanno potuto imparare a farlo adeguatamente. Al contrario, risulta piuttosto pericoloso mettersi in coppia con persone che non solo da piccole non hanno potuto vivere questa fondamentale esperienza, ma che sostengono l’idea che nella vita non sia necessario litigare.

È sostenibile che il bambino che abbia imparato sin da piccolo a gestire i conflitti piuttosto che a evitarli, si trasformerà in un adulto maggiormente consapevole ed equilibrato?

Esatto. In particolar modo, nel litigio infantile emerge una caratteristica molto importante che ho definito come “rinuncia attiva”, che è la capacità tipica praticamente di tutti i bambini di spostare il baricentro del contrasto, allontanandosi e andando a individuare nuovi interessi. Facciamo l’esempio più classico: quando due bambini stanno litigando per un oggetto, in genere un giocattolo e, a un certo punto, uno dei due prevale e l’altro annuncia “tieniti pure il giocattolo, io adesso ne andrò a cercare uno molto molto più bello e non ci giocherò con te”. È una dinamica che si verifica spessissimo tra fratelli o amici, ed è importante in quanto nella disputa entrambi i bambini hanno ottenuto un vantaggio: il primo perché è riuscito ad affermare sé stesso nel litigio, mantenendo il controllo sul giocattolo; il secondo molto di più perché è riuscito a riconvertire il desiderio mimetico, cioè il desiderio di avere qualcosa che ha l’altro, in un nuovo interesse, attivando un processo di rinuncia attiva che è il vero processo creativo. La vera creatività è proprio quella di saper cogliere altri punti di vista e altre modalità di affrontare un conflitto, per cui è estremamente negativo intervenire in queste dispute.

A cosa può portare la repressione di ogni forma di conflitto, la diffusione di una cultura a-conflittuale?

Fortunatamente negli ultimi anni, grazie anche alle mie ricerche, ai miei libri, e ai tanti corsi che facciamo, almeno in Italia si sta diffondendo una cultura nuova ed è abbastanza difficile in questo momento trovare qualcuno che sostenga apertamente che i bambini non debbano litigare. I litigi infantili nell’ambito pedagogico sono uno degli ultimi tabù, insieme alle punizioni che saranno il tema del mio prossimo libro.
Io e il mio staff sosteniamo l’assurdità della cultura punitiva, correttiva, dei castighi, che è quella che ha dominato la relazione adulti-bambini per millenni, al punto che i bambini fino a poco tempo fa raramente andavano a lamentarsi dai genitori o dagli adulti dei loro litigi, perché prendevano più botte di quelle che eventualmente avrebbero preso dai loro compagni.
La repressione dei conflitti provoca una contrazione emotiva molto forte nel vissuto infantile, una sorta di colpevolizzazione interna di profonda vergogna e resta nei meandri psicologici per tutta l’esistenza. Anche la ricerca ostinata del colpevole è dannosa, perché prevede la sovrapposizione del concetto di giustizia alle naturali relazioni infantili che non hanno la matrice della giustizia, ma quella del gioco, del contrasto, della conquista e di un pensiero morale estremamente semplice basato sulla compensazione, ossia "quello che ha lui devo avere anche io".
In questi ultimi anni, questo tipo di cultura si sta riducendo. Sono molte le scuole dell’infanzia ma anche elementari che hanno adottato il mio metodo, sta crescendo un movimento molto grande. Il libro “litigare con metodo” per gli insegnanti verrà presto tradotto in tedesco. Il movimento che si è creato intorno a questa idea è effettivamente importante.

Perché è fondamentale non confondere il significato delle parole “conflitto” e “violenza”?

Questa differenza è una delle intuizioni frutto delle ricerche effettuate dallo staff del mio istituto, il Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti. Il mio lavoro, ormai più che trentennale, è sempre partito da questo assunto, che le due esperienze della violenza e del conflitto siano profondamente diverse e che quindi non abbia alcun senso metterle sulla stessa linea.
La violenza riguarda il passaggio dal pensiero eliminatorio all’azione, ossia dal pensiero genericamente aggressivo per cui si spera di poter eliminare il problema che abbiamo con un’altra persona, all'eliminazione o alla compromissione della persona stessa.
La violenza è dunque un’azione volta a eliminare in maniera concreta una perturbazione, eliminando chi la porta attraverso un danno specifico che definisco “irreversibile”.
Viceversa, il conflitto stabilisce semplicemente una forma di contrasto, una modalità relazionale basata sulla divergenza, sul punto di vista diverso, sul confronto anche molto acceso ma che non contiene elementi di danno a persone o a gruppi. Non ha importanza quanto sia acceso il conflitto, l’importante è che non contenga elementi di dannosità, cioè di una compromissione significativa nei confronti dell’altra persona.

Qual è l’errore che più frequentemente viene commesso dai genitori o dagli educatori in presenza di un litigio tra bambini?

L’errore più comune è quello di supporre che tra bambini ci possa essere una dimensione di giustizia simile a quella dei grandi. Il pensiero infantile è, infatti, un pensiero magico e concretistico, che non è assolutamente in grado di andare oltre una giustizia basata sulla mimesi, sul volere quello che hanno gli altri. La cosa più grave è colpevolizzare i bambini per queste loro componenti cognitive, perché non sono in grado di condividere i giocattoli con gli altri. Almeno fino ai 7/8 anni è normalissimo che il bambino non sia in grado di condividere con i coetanei o di essere gentile verso il fratellino più piccolo che gli toglie l’attenzione della mamma; è quindi devastante ritrovarsi colpevolizzati perché si è bambini, perché i propri pensieri sono limitati, perché le proprie emozioni sono limitate. È anche un po’ traumatico, perché il bambino si fida ciecamente degli adulti e pensa siano suoi alleati in grado di capire il suo stato evolutivo. Gli adulti devono evitare quindi di accanirsi e imporre ai bambini di chiedere scusa, di andare in un angolo a pentirsi, di riflettere, perché sono tutte operazioni mortificanti che non hanno nessun senso.

Quali sono i danni che un comportamento tenuto dai genitori o dagli educatori, tendente alla repressione del conflitto o in alcuni casi alla presa di posizione verso una delle parti del conflitto, può provocare?

È un problema di mortificazione, non di ingiustizia, che non ha nessun senso in ambito infantile: il bambino non sente più la presenza educativa del genitore ma la condanna. Educare vuole dire aiutare i più piccoli a imparare a vivere, imparare a crescere ed è assurdo che sia confuso con il punire e il mortificare, perché in questo modo si rischia di creare delle erosioni psichiche basate sulla vergogna, sulla paura, sull’insicurezza, sulla disistima di sé, tutte cose che possono essere l’anticamera della depressione preadolescenziale.

A suo parere lo Stato attualmente investe in misura sufficiente nella formazione degli educatori delle scuole?

Lo Stato in questo momento non sta assolutamente investendo nella formazione né dei genitori né degli educatori né degli insegnanti. È vero che lo Stato ha messo a disposizione 500 euro all’anno per la formazione degli insegnanti, ma in realtà, avendo dato la possibilità di utilizzare questi fondi anche per dispositivi elettronici o per attività culturali come abbonamenti al cinema o al teatro, è risultato inevitabile che gli insegnanti si orientassero di più in questa direzione consumistica piuttosto che in una direzione di autoformazione.
Ciò non toglie che qualche insegnante stia cercando di utilizzare i 500 euro in maniera più intelligente, perché è ormai da vent’anni che gli insegnanti non hanno più occasione di vera formazione, specialmente, come in tutte le professioni, di formazione obbligatoria.
I genitori poi sono totalmente abbandonati a loro stessi: è un fai-da-te molto pericoloso, da cui rischiano di crescere dei figli con situazioni di grave deficit emotivo che si potrebbero facilmente evitare. Sarebbe sufficiente dare ai genitori i minimi basilari educativi, bisognerebbe darglieli all’uscita dei reparti di Ostetricia, quando tornano a casa dall’Ospedale.
Invece di riempirli di latte artificiale, bisognerebbe dare loro un libricino con le indicazioni indispensabili sull’educare i figli nelle varie età, perché il futuro delle nuove generazioni è la cosa più importante.

Come comportarsi verso i bambini che tendono a picchiare con una certa frequenza i coetanei? Il senso di colpa dei genitori in questi casi non aiuta…

Bisogna smettere di pensare che il bambino picchia, è un concetto sbagliato. Esistono dei bambini leggermente più aggressivi degli altri, ma il mio metodo permette di intervenire efficacemente in questo tipo di situazioni.
Ritengo sia fondamentale uscite da questa cultura del bambino colpevole, del bambino che picchia. Atteniamoci ai fatti: i  bambini tra di loro litigano, hanno dei conflitti. Conflitto, come è noto, si riferisce semanticamente ad uno scontro di condivisione: il prefisso "cum" di "cumfligere" indica che c’è un scontro condiviso. È un termine bellissimo “conflitto”, ben diverso del termine “violenza” che ha a che fare con violazione.
I bambini non sono sadici, non infieriscono sugli altri, non hanno la tendenza a fare del male. Quando con la mia collega Caterina di Chio abbiamo realizzato a Torino la ricerca sui litigi infantili, che poi ci ha portato alla definizione del metodo e alla sua conferma scientifica, abbiamo potuto osservare e registrare direttamente 478 litigi fra bambini dai 3 ai 10 anni. Durante queste registrazioni non è mai successo nulla per cui i bambini potessero farsi del male, nulla di pericoloso.
I bambini hanno bisogno dei loro coetanei per giocare perché il gioco è così importante per loro e non hanno nessuna intenzione di mettere fuori uso i compagni, perché altrimenti non avrebbero la materia prima con cui giocare. Può succedere che al Nido si morsichino, ma sono molto molto piccoli ed è un discorso molto particolare e specifico collegato ad una età evolutiva che è la “fase orale” come ci direbbe Freud. Crescendo i bambini hanno una tendenza opportunistica ad usare gli altri per giocare non a eliminarli, per cui bisogna andare molto cauti quando si cercano i bulli nelle scuole materne e nelle scuole elementari. Non esiste un riscontro specifico per cui i bambini possano essere violenti verso i loro coetanei e le mie ricerche lo dimostrano abbondantemente.
Si usa l’espressione “bambini violenti” in termini metaforici, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, ma è, dal mio punto di vista e sulla base delle mie conoscenze scientifiche, totalmente illegittimo perché il bambino non ha proprio l’intenzionalità di fare del male.

Ci può in breve presentare il metodo maieutico da lei ideato “litigare bene” che sarà oggetto del prossimo convegno nazionale che si terrà a Piacenza il 16 aprile 2016?

Io credo che il metodo sia una scoperta che cambia la storia della pedagogia liberandoci dal tabù pedagogico del litigio infantile che per secoli, se non millenni, ci ha condotto verso un’inutile ricerca dei colpevoli.
Il metodo ribalta la tradizionale impostazione nei confronti dei conflitti e dei litigi infantili: nel sistema classico, si parte dal presupposto che i bambini stiano facendo qualcosa di sbagliato, e l’adulto tende perciò a intervenire e sospendere il litigio in corso per eliminare gli elementi di perturbazione. Viceversa, il mio metodo è basato sull’idea che i bambini debbano esprimere le loro ragioni e le loro versioni dei fatti in modo da creare un confronto.
Prevede due passi indietro e due passi in avanti: i due passi indietro sono il non cercare un colpevole e il non imporre una soluzione; il primo passo in avanti è quello di permettere ai bambini di esporre tra loro la reciproca versione dei fatti; perché non devono parlare gli adulti, l’adulto è solo colui che aiuta i bambini a parlarsi. Si possono anche utilizzare dei fogliettini, dove i bambini possono disegnare o scrivere la propria versione dei fatti.
Ci si può poi aiutare con un gomitolo o un altro oggetto che, se tenuto in mano, da il permesso di parlare, o con il “dado delle emozioni” contenuto in un kit che abbiamo a disposizione presso il nostro istituto che possiamo inviare per posta dietro pagamento.
In questo modo i bambini decontraggono le proprie emozioni esplosive e si crea quella pausa temporale che permette il passaggio dal piano emotivo al piano comunicazionale. Come dicono i bambini, "le parole servono a litigare senza farsi male", una frase bellissima che testimonia che dobbiamo aiutarli a parlarsi tra di loro e, a mio parere, in questi casi il sistema dei fogliettini è quello più efficace.
L’ultimo passo avanti è quello di sostenerli nel trovare un accordo tra di loro. Di solito gli accordi tra bambini sono strani, così come le loro versioni dei fatti; l’adulto però si deve trattenere dal bisogno di intervenire. Se interveniamo alla ricerca della versione veritiera è chiaro che torniamo indietro e, al posto di applicare il metodo, andiamo alla ricerca della giustizia assoluta che non ha a che fare con il mondo infantile, che viceversa è un mondo particolare, è un mondo dove il pensiero magico è assolutamente prevalente.

Qual è il procedimento che le scuole devono seguire per applicare il suo metodo?

Le scuole sono il punto di forza di questo metodo perché nel momento in cui la scuola adotta il metodo, anche i genitori tendono ad adottarlo. Una delle richieste che facciamo alle scuole che adottano il metodo è infatti quella di organizzare una serata in cui io o un membro del mio staff presenta ai genitori il metodo e il modo per applicarlo anche fra le mura domestiche.
Per le scuole adottare il metodo è molto semplice: noi abbiamo un format in cui proponiamo tre incontri di formazione, durante i quali presentiamo le procedure essenziali del metodo, seguiti da un incontro di follow up in cui verifichiamo come il metodo è stato applicato.
Ciò che è importante è che la scuola decida organicamente in maniera condivisa di adottare questo metodo perché è difficile che funzioni se lo utilizza solo una parte del corpo docenti.
Con i bambini della fascia d’età compresa tra i 3 e i 10 anni il metodo è particolarmente efficace, ma può essere utilizzato che nella fascia pre-adolescenziale.

Ecco i libri che potete vedere nella gallery in alto di Daniele Novara sull'argomento:

-D. Novara – C. Di Chio, Litigare con metodo. Gestire i litigi dei bambini a scuola, Erickson, 2012
-D. Novara, Litigare fa bene. Insegnare ai propri figli a gestire i conflitti per crescerli più sicuri e felici,BUR Rizzoli, 2013

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